venerdì 11 ottobre 2013
Wilde Leck...tentativo senza successo
Ogni tanto bisogna riportare anche di quelle gite concluse con un nulla di fatto, con un buco nell'acqua, è sempre un peccato per tanti motivi, non ultimo aldilà della sicurezza che è il motivo più importante e che voglio dare per assodato...quello che per noi purtroppo andare in montagna significa un viaggetto andata e ritorno di 500km se stiamo in Allgaeu (le Alpi pi vicine), 650km per Oeztal e Silvretta, poco più per le altre valli glaciali tirolesi, 900km per e Dolomiti, 1000 per il Vallese....dalla mia Udine andare e tornare dalle Giulie, sono un 100km, o 120 dipende dove si vuole lasciare la macchina, sulle prealpi ci posso andare in bici dalla città: per i vecchi alpinisti udinesi era normale pedalare dalla città per arrivare sul gruppo Sernio-Grauzaria, la palestra degli udinesi (oltre al Glemine di Gemona, ma quello non è proprio in ambiente alpino), cioè quello che per i Lecchesi è il gruppo delle Grigne.
Siamo a cavallo tra maggio e giugno: ispirati da tutte le cose che abbiamo già fatto quest'anno, abbiamo ancora un WE lungo e vogliamo riuscire a sfruttarlo. Per i tour estivi è ancora presto, mancano le idee, ha fatto troppo caldo per buttarsi su una parete Nord, c'è troppa neve ancora e sicuramente non ha ghiacciato perché è stato caldo e nuvoloso sempre. Sono con Denis, quindi lo scialpinismo purtroppo lo devo escludere dai miei pensieri...benchè sia stagione.
Decidiamo di andare in Oeztal...la nostra speranza è di attaccare la Cresta Est del Wilde Leck, una bellissima arrampicata su ottimo granito che sfiora il IV grado inferiore. Siamo convinti che la cresta sia libera, sappiamo che per attaccarla dalla Amberger Huette c'è da passare sul ghiacciaio, quindi sì neve ce ne sarà ancora parecchia...che fare? Boh, ci proviamo.
Partiamo in serata dopo lavoro, verso le 18.00, poco dopo le 21.00 parcheggiamo la macchina in località Gries in Oeztal, o meglio in una valle laterale sul lato orientale della Oeztal. C'è da salire, un'ora e mezza: siamo partiti in fretta e furia senza controllare bene, non sappiamo se l'Ambergerhuette è dotata di Locale invernale o no, sul sito avevo dato un'occhiata veloce ma non avevo trovato informazioni a riguardo. Abbiamo il necessario per cucinare e dormire all'addiaccio. Saliamo nel buio, il torrente di cui seguiamo il percorso dal sentiero rimbomba, tanto gonfio di acqua come è. Il cielo non promette nulla di buono, minaccia pioggia...forziamo il ritmo, dopo appena un'ora siamo già arrivati.
...è bello come in montagna ci si rallegri delle più piccole cose, durante la salita aveva iniziato a gocciare, i nostri pensieri sono andati alla nostre notte all'aperto: subito entrambi abbiamo sperato ci fosse almeno un'area del rifugio in cui trovare riparo, una tettoia o cose del genere, almeno per stare all'asciutto, magari anche un pò riparata dal vento.
Arrivati al rifugio, siamo già felicissimi: c'è una grande area coperta e ben riparata...pensiamo: non potrebbe andarci meglio, ci togliamo lo zaino. Io tanto per togliermi ogni dubbio, inizio a provare ad aprire tutte le porte che trovo...si sa mai!
Quella del rifugio ovviamente è chiusa, altre due anche...poi quella di un deposito dove c'è anche legna da ardere, quella è aperta: penso, ottimo se viene una bufera possiamo entrare, poi mi giro e provo l'ultima porta...
Era quella del locale invernale: luce, riscaldamento, piastra per cucinare, tavolo e 14 posti per dormire...nessuno oltre a noi...chiamo Denis: era al settimo cielo, quando gliel'ho detto! Anche io non posso negarlo dopo il viaggio e la salita ero ben contento che avessimo avuto un regalo del genere...ci sembrava di essere in una suite di un hotel a 5 stelle.
Ci cambiamo dagli abiti fradici del nostro sudore più che dalla leggera pioggerellina, scaldiamo una minestra con un pò di pastina...ci starebbe una birretta, ma va bene lo stesso! Quindi a nanna.
Ci svegliamo alle 4.30, facciamo colazione e intorno alle 5.30 siamo in cammino verso il Sulzferner, dopo le morene inizia il bianco..e con questo i problemi: per risparmiare sul peso e sull'ingombro avendo anche tutte le cose da camping, abbiamo pensato bene di lasciare le ciaspole in macchina (due pirla, averle portate pensando che sarebbero state utili e nella frenesia della salita la sera precedente, lasciare in macchina...).
Morale della storia: abbiamo dovuto tracciare il percorso con neve che arrivava spesso oltre al ginocchio e dopo oltre 5 ore eravamo arrivati appena ai 3000m, cioè la quota di attacco della cresta, finalmente alle rocce. Ora, la cresta era bella pulita e percorribile come lo avevamo immaginato, ma: io avevo crampi ai quadricipiti avendo anche portato sempre la corda, anche Denis era provato...il problema maggiore era l'ora: attaccare quella cresta alle 11.00 era troppo tardi, faceva caldo e la neve presente sulla via di rientro non sarebbe più stata compatta, ma avremmo rivissuto l'esperienza dell'Oestlicher Daunkogel (anche perchè viste le nuvole della sera prima e la temperatura, non aveva sicuramente fatto in tempo a gelarsi e la prova era già evidente dal lungo ed estenuante percorso sul ghiacciaio).
Ci riposiamo una ventina di minuti sulle rocce, ci godiamo il panorama...per oggi questa è la nostra cima, decidiamo che saremmo scesi e che per il giorno successivo avremmo cercato un'alternativa a quote più basse, magari in Allgaeu.
Questa volta, abbiamo fatto un paio di ingenuità nella scelta dell'itinerario e per quanto riguarda l'attrezzatura, succede, dopotutto nessuno nasce imparato, un pò ce l'aspettavamo ma fino all'ultimo abbiamo sperato si potesse fare.
Sul Wilde Leck torneremo ma a stagione inoltrata, pare che la sua cresta Est sia una delle più belle arrampicate di cresta della Oeztal, ottima roccia, ambiente bellissimo. Un altr'anno!
Sassopiatto - Scialpinismo
Sono appena rientrato in Germania dopo le vacanze di Natale, è il 6 di Gennaio, Domenica, tardi con il solito treno. Nei ricordi un paio di sciate e soprattutto due gite scialpinistiche con Andrea, in particolare la celebre Val de Mezdì, uno dei canaloni più belli delle Dolomiti sul gruppo del Sella, per essere più precisi scende dal Rifugio Boè del CAI verso Corvara.
Sono avvolto nei miei pensieri: il lavoro che ricomincia dopo due settimane di vacanza, la solita sensazione del rientro, strana, ricominciare a parlare in tedesco, le solite cose...e soprattutto il vero pensiero fisso, a quando la prossima sciata?
Martedì ricevo un messaggio da Andrea: pare che le condizioni siano buone per fare il Sassopiatto questo WE, te verresti? Io sono sicuro con mio zio....ci penso: ho voglia...ma tanta. Rispondo che sarei venuto.
Nel mercoledì sbrigo tutte le faccende del caso: riservare una macchina, una station wagon, ci devo poter dormire, riservare ARVA, pala e sonda in sezione, riservare l'attrezzatura da scialpinismo, soliti meccanismi, solo il tutto più veloce del solito. In un'ora e mezza in pausa pranzo ho recuperato miracolosamente tutto, la mia più grande paura era dover rinunciare a causa di attrezzatura esaurita o cose del genere!
Venerdì alle 17.30 esco da lavoro...e sono già felice all'idea di partire per il WE, penso solo che devo caricare la macchina al più presto e partire: non sto già più nella pelle. Corro verso casa sù per le "Staeffele": alle 18.00 parto, ho tutto il necessario anche per mangiare e dormire, la mia destinazione è Passo Sella, nel sabato il programma prevede la discesa della Forcella del Dente del Sassopiatto.
Arrivo poco prima delle 23.00 a Ortisei, decido che mi sono guadagnato una radler, così entro in un pub e accontento questo desiderio, quindi mangio qualcosa che avevo con me e riparto verso Selva di Val Gardena e quindi verso Passo Sella, mi fermo al Rifugio Passo Sella, di fronte a questo c'è il parcheggio dove ci troveremo. Butto giù i sedili posteriori, preparo il sacco a pelo e mi corico, fuori ci saranno -15°, ma in macchina e soprattutto grazie al sacco a pelo invernale non ho nessun problema...anche la lunghezza della zona notte sperimentata per la prima volta proprio in quell'occasione passa alla perfezione.
Mattino, sento Andrea via telefono: stanno arrivando e mi hanno addirittura portato le Brioches! Un caffè ce lo beviamo prima di iniziare.
Scarponi, sci, imbrago e via: prendiamo l'impianto per avvicinarci alla cresta che dovremo percorrere per poi traversare un pendio nevoso che girando intorno al gruppo del Sassolungo, sopra la città dei Sassi ci porterà ad un canalone che dovremo risalire per arrivare alla Forcella del Dente del Sassopiatto. Tiro fuori le pelli e faccio una brutta sopresa: mi hanno dato quelle sbagliate! Venerdì quando ho ritirato l'attrezzatura in negozio per la fretta di partire non mi sono pensato di controllare le cose, mannaggia, sono troppo lunghe ma non tengono se le ripiego sul davanti come potrei fare perchè la parte terminale è costituita da plastica con le feature di fissaggio allo sci...mi arrangio con il nastro da arrampicata di Andrea...per fortuna tiene.
Risaliamo il canalone e arriviamo in forcella, piccola pausa, quindi iniziamo la discesa. Discesa molto bella in uno splendido ambiente dolomitico, larghezza stimata un 6-8m ma è possibile che mi inganni perchè sembra tutto molto più stretto di quanto non sia in realtà quando lo devi sciare! Credo di non essere lontano però dalla stima. La pendenza forse arriva ai 40°, dopo un primo tratto così il canalone si apre: siamo nella conca tra Sassopiatto e Sassolungo, un grande anfiteatro roccioso, continuiamo a scendere e passiamo tangenti al Rifugio Vicenza, dove andavo con i miei e mio fratello da bambino. Scendiamo ancora, le rocce finiscono e inizia il bosco, ci dobbiamo dirigere verso monte Pana, dove possiamo prendere la corriera per andare a Saltria. Dormiremo all'Alpe di Siusi.
Il mattino dopo è il grande giorno: sveglia, colazione in un battibaleno siamo fuori e con la prima corriera torniamo in località Saltria, lì prendiamo l'impianto di risalita della pista del Florian, quindi arriviamo in breve alla alga Zallinger, dove ci concediamo un caffè: il meteo non è dei migliori, nuvole, poca visibilità, quello che di meno ci vorrebbe per fare una montagna come il Sassopiatto, che è ingannevolmente un grande pianoro uniforme sciabile. Certo è un'autostrada in confronto al canalone di ieri, ma senza visibilità non ci sono punti di riferimento se non le nostre tracce di ascesa.
Dalla malga Zallinger saliamo verso il rifugio Sassopiatto, da lì seguiamo il sentiero estivo per la salita, sono un tutto 1000m di dislivello dalla Zallinger. Saliamo che il tempo non fa che peggiorare, arriviamo poco sotto la vetta, mettiamo giù gli sci e iniziamo a salire a piedi, Andrea scatta in avanti, non è più avanti di 30m, lui la croce la troverà, io e suo zio in realtà ci fermeremo quei 30m prima. Facciamo qualche foto e cerchiamo di rientrare velocemente, prima che il tempo peggiori ulteriormente.
La discesa non è un granchè purtroppo: dobbiamo preoccuparci di ritrovare sempre la nostra traccia, quindi sciamo con molte interruzioni, purtroppo non possiamo fare altrimenti, finire fuori dalla traccia su questa montagna può diventare molto pericoloso.
Alla fine siamo alla base, è stata lo stesso una bella gita: ora però la fame si fa sentire, io ho veramente bisogno di mettere qualcosa di caldo e sostanzioso nello stomaco, scendiamo alla Zallinger e qui soddisfiamo il nostro bisogno, io ordino una zuppa e addirittura 2 secondi! Scendiamo di nuovo al Monte Pana e da là scendiamo in Val Gardena, prendiamo gli impianti per risalire girando intorno al Gruppo del Sassolungo per ritornare a Passo Sella, purtroppo arriveremo solo fino a Selva, è già tardi e gli impianti chiudono. Prendiamo un taxi che ci riporta al Passo dove abbiamo le macchine.
Ci salutiamo, è stata una bella avventura, speriamo di averne ancora tante davanti a noi, Andrea e Umberto tornano a Udine, io parto per Stuttgart, sono le 17.00, sono almeno 5 ore e 500km circa da qui e domani si lavora, evito di pensarci troppo e via!
Canalone Findenegg al Montasio
La mia prima gita in solitaria fuori dai sentieri. La più bella montagna della mia regione, a parer mio e credo condiviso da tante altre persone: lo Jof di Montasio, 2754m, una gigante di calcare. Non fatevi ingannare dalla quota non eccessiva e dal suo lato Sud, quello più "traquillo". Basta guardare il suo lato Ovest per capire che la parola gigante così inappropriata non è: 1600m di parete, tra le Alpi Orientali se la contende con la mitica parete Est del Watzmann, nelle Alpi di Berchtesgaden, un mare di calcare.
Tra i miei sogni c'è anche la via di Dogna che ne risale proprio il fianco più bello e maestoso, ma è troppo presto per me per dedicarmi ad una via di alpinistica di ambiente come quella, pur stando su difficoltà di arrampicata contenute.
Questa volta sono solo, è una splendida giornata di metà Ottobre 2011. Il mio piano è quello di alzarmi fino alla Forca Distreis, seguire la traccia della normale fino all'inizio del ghiaione, quindi piegare a sinistra, verso Ovest e puntare alla Grande Cengia, percorrerla fino a poco prima del Bivacco Suringar, abbandonarla per buttarmi verso destra nel canalone, risalirlo e sbucare in cresta per terminare con la vetta. Rientro scendendo lungo la normale non per i verdi ma usando la scala Pipan.
Gita toccata e fuga, avevo intenzione di andare al Cinema nel pomeriggio a vedere "This must be the Place" a Udine al Visionario. Parto non troppo presto, verso le 06.30 da casa, alle 7.30 sono a Chiusaforte e inizio a salire verso Sella Nevea, ho poca benzina e un brutto presentimento alchè siccome mi sembrava di aver visto il distributore sulla statale già aperto, decido di tornare indietro. Tra una cosa e l'altra ai piani ci arriverò non prima delle 08.00/08.30. La perdita di tempo mi scoccia un pò ma così so di sentirmi più tranquillo!
Il parcheggio sui Piani del Montasio lascia intendere che ci sono già diverse persone che hanno pensato di approfittare del bel tempo come me, con i miei stessi piani però ce ne saranno solo 2, che per altro avevano dormito al Suringar e che ho incontrato all'imbocco del canalone.
So di essere in gran forma, avevo già fatto molte gite durante l'estate, e appena 10 giorni prima ero stato sul Mangart e sul Triglav: voglio muovermi veloce, sentire il mio corpo lavorare.
Un solo punto mi è ancora oscuro: alcuni giorni prima aveva nevicato...ci sarà neve nel canalone?! Penso: vado, vedo com'è e se non mi piace torno indietro e faccio la normale.
Arrivato all'imbocco del canalone dopo aver percorso la Grande Cengia, incontro appunto queste due persone una più anziana e un giovane ma sulla trentina. Il canalone non è proprio sgombro da neve, che è dura e compatta, sulle rocce c'è spesso vetrato, però
ogni potenziale punto di rischio è aggirabile, quindi una volta individuato si cerca di passare da qualche altra parte! Le difficoltà in arrampicata sono contenute: sfiorano il 2° grado, a tratti la roccia è anche un pò sporca di detriti.
Alla fine risalirò il canalone in contemporanea con il giovane incontrato, il suo compagno più anziano rimarrà molto indietro.
Sbuco in cresta, bella sottile, con un paio di metri da fare a gattoni, poi ritorno in piedi...pochi istanti e volo verso la vettà, anch'essa "sporca" di neve. Non c'è ancora nessuno, forse sono il primo ad arrivare, avevo visto dal parcheggio persone che si dirigevano verso la normale. Scatto qualche foto e mi godo il panorama, le Giulie Orientali, in particolare il Fuart, così vicino che sembra di poterlo toccare e ovviamente il Canin. Mangio anche qualcosa, le due persone che ho incontrato nel canalone non arrivano ancora, eppure ormai sono passati un 20 minuti...mah.
Decido di scendere, mi dirigo verso la scala Pipan, una lunga scala di metallo, fatta di funi dove potersi anche assicurare e litarelle di acciaio dove poggiare i piedi, incontro più di qualcuno intento a salirla, lascio che un gruppo finisca, intanto ne approfitto per indossare l'imbrago e il kit da ferrata che mi ero diligentemente portato dietro apposta.
Durante la mia discesa faccio un incontro ravvicinato con un giovane stambecco. Gli stambecchi del Montasio sono molto noti per non lasciarsi affatto intimorire dall'uomo, alla cui presenza sono evidentemente ben abituati. C'è sempre un gruppo molto grosso che staziona sui prati al limite dei ghiaioni che si fa un baffo della gente che passa. Ovviamente per gli escursionisti è oro colato per belle fotografie, meno divertente è trovarli sopra di te sulla via con il rischio che facciano smuovere qualche pietra.
Continuo la mia discesa lungo la normale, arrivo ai ghiaioni, traverso e sono di nuovo alla forca Distreis. Continuo dirigendomi verso le malghe, con la speranza di potermi bere una birra per festeggiare la buona riuscita della gita. Ricordo di essermi sentito molto orgoglioso di me, non fu niente di eccezionale, ma per le mie possibilità e capacità alpinistiche dell'epoca, per me stesso era una gran soddisfazione...in fondo nessuno nasce imparato, no?!
Arrivo all'Agriturismo Malga Montasio, ordino da bere e mi siedo fuori, guardo l'ora...non sono neanche le 14.00: in tutto ci ho messo circa 5 ore dall'aver parcheggiato ad essere sceso, con la pausa in cima...La sola via normale dai piani è data mi pare a 3 ore e mezza...mi rendo conto di aver corso parecchio!
Mi dirigo verso la macchina...e trovo la sorpresa: mio padre e mia madre che sono venuti a trovarmi con tanto di binocolo!! Mi ero ricordato che avevo detto a casa, se volete fare una gita ai piani, ci vediamo là quando scendo! ...e così è stato!
Putroppo non posso trattenermi tanto: devo essere in città entro le 16.00 per fare la doccia ed riuscire a vedere lo spettacolo delle 16.30 al cinema. Quindi scatto in macchina, consiglio ai miei di godersi un pò il verde dell'altipiano e che ci saremmo rivisti per cena (che figlio...) e mi fiondo verso Udine.
La giornata è stata bellissima, da incorniciare...e nondimeno: sono riuscito a vedermi il film!
giovedì 10 ottobre 2013
Monte Sernio - Spigolo Nord-Ovest
Appena un paio di giorni della Piccola di Lavaredo, decido di andare con lo zio Paolo a fare una gita in Carniche, sul Sernio. In realtà con un obiettivo ben preciso, il famoso Spigolo Nord-Ovest. Si tratta di un gita che potremmo collocare come anello tra l'Escursionismo e l'Alpinismo: vi sono alcuni elementi che in una via alpinistica non dovrebbero esserci, come i bolli a segnare il percorso e ci sono elementi che in un percorso escursionistico vengono meno, cioè saper arrampicare sul secondo grado superiore ed eventualmente proteggere la via da soli.
Ricordo la gita come una giornata piacevolissima, con Paolo, su una via rilassante di roccia da buona a ottima (sempre nei miei ricordi), non cortissima, visto che la macchina l'abbiamo lasciata sui 500m e il Sernio supera i 2100m. Inutile dire che Paolo nonostante i suoi anni (allora erano 65), godeva e gode tutt'ora di una forma fisica da far invidia, nonostante si lamenti che vada sempre peggio.
Lasciata la macchina saliamo il sentiero che porta al Rifugio Sernio, qui facciamo una breve pausa e prendiamo il sentiero con l'indicazione della via, il bosco si dirada, compaiono i primi mughi, il sentiero diventa una traccia e quindi dopo forse 40 minuti arriviamo alla base delle rocce. Indossiamo il casco e l'imgrago nel caso volessimo legarci, io ho anche uno spezzone di corda.
La via è tortuosa, va a sfruttare i punti deboli della parete, si traversa su comode e larghe cenge, poi si sale per fessure, rampe e camini fino al traverso successivo. Un solo punto su un traverso per Paolo era un pò troppo esposto per farlo senza essere legati, quindi tiro fuori la corda, ci leghiamo, vado avanti, lascio un cordino su uno sperone, traverso, arrampico una rampa inclinata molto facile, quindi su un altro sperone metto giù un altro cordino e recupero lo zio. La corda la rimettiamo via, Paolo la via in realtà la conosce già, credo che per lui fosse addirittura stata la terza volta!
Il passaggio più impegnativo che ricordo è un camino sul 2° superiore ma in assenza totale di esposizione, poi l'ultima parte della via è rimasta anche quella nella mia testa in quanto trattasi di una bella parete appoggiata dove si può arrampicare seguendo un pò la linea che si vuole, con difficoltà basse mai oltre il 2° grado, tendenzialmente più facile.
Arriviamo in cima, dove troviamo un signore sloveno salito dalla via normale, la giornata è già molto calda, sono le 10 del mattino ma già si boccheggia! Non ci tratteniamo molto quindi e fatte le dovute foto, scendiamo seguendo appunto la via normale e arriviamo al rifugio Grauzaria, passando prima a fianco della torre Nuviernulis e poi della Creta Grauzaria.
Al Rifugio Grauzaria, facciamo una sosta per un bicchiere di sciroppo al lampone, quello che ci voleva viste le temperature, quindi ripartiamo poco dopo, telefono a mio padre come concordato perchè parta da Udine e ci venga a prendere per riportarci alla macchina di Paolo.
Ecco, la semplice sintesi di una gran bella giornata su una via dove sicuramente tornerò.
Cima Piccola di Lavaredo, via Normale ...e un traverso da ricordare!
Anche questa gita risale all'anno scorso: si tratta della mia prima uscita alpinistica in Dolomiti. Si tratta anche della prima gita con Andrea, mio amico d'infanzia, nonchè ex-compagno di squadra, tra l'altro "colpevole" di avermi fatto avvicinare al Rugby ormai tanti anni fa.
Si va ad arrampicare in Dolomiti, il tempo è bellissimo...io in Dolomiti ad arrampicare non ero mai andato, una vita passata all'Alpe di Siusi e sulle piste nere della Val Gardena, mai stato a Misurina, mai visto dal vero le tre cime di Lavaredo. Ovvio che bisognava porre rimedio e il prima possibile. Andrea mi chiama: ti passo a prendere verso le 21.30 e partiamo, mi devi solo aiutare a montare la tenda sulla macchina. Alle 22.00 sono a casa sua, finisce di mettere velocemente in macchina le ultime cose.
"Il martello ce l'hai vero?", mi chiede..."Ehm, no..non pensavo ne avrei avuto bisogno". Ovviamente era necessario perchè la via è quasi tutta da attrezzare, ottimo: ci fiondiamo a casa da me e recupero il martello dalla cassetta degli attrezzi di mio padre, torniamo velocemente da Andrea e con il trapano facciamo un buco nel manico, cordino e via: martello da roccia edizione speciale confezionato. Non dovrò battere chiodi ma solo tirarli fuori quindi dovrebbe bastare.
In macchina anche le bici: sia mai portare la macchina fino al Rifugio Auronzo, in quel parcheggio che non dovrebbe nemmeno esistere, lo scempio di uno degli angoli più noti e belli delle Dolomiti. Siamo al parcheggio appena sopra Misurina che saran stata mezzanotte o anche più tardi, ci fiondiamo a dormire!
La mattina dopo, colazione con tè e biscotti, zaini pronti: via si pedala verso il rifugio Auronzo. Non sono sicuro di quanto tempo ci abbiamo impiegato, un'ora e mezza credo...una stradaccia: ogni 2 secondi macchine e corriere che ti sfilano vicino, l'aria irrespirabile, una cosa così ripeto non dovrebbe esistere. Si dovrebbe salire a piedi o in bici ed eventualmente per dare la possibilità a persone anziane o portatori di Handicap di godersi le Tre cime, si potrebbero organizzare dei taxi, come avviene ovunque in Austria. Quella strada a pedaggio è solo un modo facile e barbino per fare soldi. Punto.
Oltrepassiamo il Rifugio Auronzo, ci dirigiamo verso il Rifugio Lavaredo, a metà strada più o meno arriviamo ad una piccola cappella dove parte la traccia per salire all'attacco delle vie Normali alla Cima Piccola ed alla Cima grande. Leghiamo le bici e saliamo, nel canalone c'è ancora neve. Sguardo alla topografia, trovato l'attacco, Andrea batte un chiodo, ci leghiamo e poi lui parte. Non ho mai fatto questo tipo di alpinismo, oggi salirò solo da secondo. Le prime 3 o 4 lunghezze sono molto facili, Andrea protegge comunque molto bene la via, per le soste dovrà spesso battere chiodi che io diligentemente recupererò. Arriviamo ad una spalla dove quasi si cammina prima di attaccare la parete vera e propria. Qui le difficoltà aumentano, ma siamo sempre su un massimo 4° inferiore ben appigliato, su roccia discreta, non eccezionale. Si sta sulla destra della parete in un sistema di camini e fassure, quindi a 2/3 poco prima dell'Anticima, bisogna traversare verso sinistra su una cengia data mi pare di ricordare di 2° grado e qui arriva la parte interessante della storia.
Bisogna traversare sulla cengia giusta...chiaro, questa parete però inganna: è pieno di chiodi lasciati senza logica chissà da quante cordate negli anni e si può essere tratti in inganno. Su uno di questi prima di traversare sostiamo, poi Andrea parte sicuro sulla cengia che inizia bella comoda, non un sentiero ma ci stava tutto il piede nella sua lunghezza sopra...almeno all'inizio. Io sono in sosta e la corda si ferma...niente, passano alcuni minuti, poi sento "Quando traversi fa veramente attenzione, non è per niente bello", ottimo rassicurante penso, se te lo dice il tuo compagno che in Dolomiti ha fatto almeno un centinaio di vie di difficoltà ben maggiore!!
Andrea arriva in sosta, parto io per il traverso, la cengia che iniziava bella comoda va a restringersi, bisogna iniziare a stare veramente schiacciati alla parete, per le mani non c'è nulla, faccio 10 metri, nessuna protezione, poi vedo un rinvio su un cordino che collega 2 chiodi e la cengia che si interrompe per un metro e mezzo (a occhio): capisco che quello era il punto del messaggio di Andrea, era sicuramente una calata di emergenza di qualcuno che in quel punto aveva deciso fosse meglio non continuare...Togo il rinvio e mi viene solo da gridare: "dove sei passato?", a occhio pensavo non sarei mai riuscito e passare oltre continuando sulla cengia, non mi ricordo la risposta di Andrea, forse ero troppo intento pensare come mi sarei tolto da quella situazione...per altro entrambi avevamo fatto la via addirittura con lo zaino!
Altri rinvii non ne vedo, non vedo nemmeno Andrea, ma guardando la roccia mi ero già reso conto che non fosse facile da proteggere nemmeno battendo dei chiodi. Decido di salire dritto per dritto per arrivare alla cengia sopra di me: saranno stati 2 metri o poco più....ma me li ricordo come fosse ieri: schiacciato sulla parete, portando su prima le gambe a trovare piccoli appoggi e avendo per appigli poco o niente, non saprei dire che difficoltà fosse veramente: troppa poca esperienza su vie di quel tipo, ma se devo azzardare avrei detto sicuro 5° grado, forse qualcosa di più (non fosse così tutte le vie di 6° della palestra dove mi alleno dovrebbero essere valutare un grado di meno!). In quei pochi passaggi, il mio cuore batteva veramente forte, è stata l'unica volta dove in parete non mi sono sentito sicuro, non da essere nel panico, ma non ero tranquillo come sono di solito: vuoi perchè era la prima in dolomiti, vuoi per lo zaino...vuoi per il volo a pendolo di 30m che avrei fatto se fossi caduto...insomma qualche buon motivo c'era!
Raggiungo la cengia superiore...bella larga, forse era qui che saremmo dovuti passare, traverso e raggiungo Andrea. Lui mi chiede: "da dove cavolo arrivi?", e io: " ho tirato dritto"...lui mi guarda perplesso e dubbioso, mi resi conto che lui era riuscito a stare basso e superare il salto, forse perchè aveva valutato la parete sopra di lui non praticabile, però Andrea è almeno 15cm più alto di me, io avevo escluso di potercela fare...decidiamo che ci vuole una pausa per tirare il fiato, siamo seduti in sosta su un vecchio anello arrugginito, ma stiamo seduti comodi, ci godiamo l'ambiente, la vista sui Cadini e sull'Antelao...io giro anche un breve video dove ho l'espressione di un fantasma, sbiancato dalla paura!!
Riprendiamo a salire e arriviamo sull'Anticima. Qui per il tempo che sembra voler cambiare e perchè e avevamo avuto abbastanza decidiamo che non avremo concluso e saremmo scesi! Eravamo lo stesso contenti della giornata e del traverso! 7 o 8 calate e siamo di nuovo al canalone, scendiamo alle bibiclette.
Il tempo non è cambiato, e nuvole sono sparite, c'è una bella luce, è tardi, sono circa le 18.00, non è presto! Inforchiamo le bici e scendiamo: cosa c'è di meglio di una pazza discesa in MTB per tornare al parcheggio dopo una giornata passata in parete?! Credo nulla! Ho un ricordo bellissimo di quei momenti: la vita aveva un sapore diverso, nuovo, che non conoscevo...era bellissimo. Forse nonostante gli errori della giornata, quel giorno avevo deciso definitivamente che quello sarebbe stato il mio mondo, la mia vita.
martedì 8 ottobre 2013
Parstleswand (3080m) - Cresta Est + Traversata
Ripropongo una gita dell'anno scorso, siamo in Tirolo sul Kaunergrat, tra la Kaunertal e la Pitztal. La gita è stata fatta nell'ambito del corso che ho frequentato con "DAV Summit Club", presso la Kaunergrathuette, una settimana intera di gite, lezioni, esercizi. La conto come gita, in quanto eravamo suddivisi in due cordate, la nostra guida seguiva la seconda cordata, io legato con altri due partecipanti costituivo la prima cordata: 12 lunghezze di corda in totale autonomia, sempre da primo.
La Parstleswand non è la montagna più bella della zona, questo ruolo lo ricopre senza alcun dubbio la Watzespitze, che non ho fatto e che con la cucina e la simpatia del team della Kaunergrathuette costituisce sicuramente un ottimo motivo per ritornarci.
La difficoltà in arrampicata arriva fino ad un 4° grado meritato direi, ci sono poi molti passaggi di 3° (anche un saltino da arrampicare all'indietro in più che discreta esposizione), durante la traversata un paio di passaggi che ricordo facili ma molto, molto aerei (appoggi su spunzone di granito con sotto il nulla in ombra sulla parete nord...).
La via è molto ben attrezzata: quello che manca si può tranquillamente proteggere con cordini e anelli di fettuccia (spunzoni di dimensioni generose ed extra-large molto abbondanti). Ricordo questa via per il piacere che ha offerto l'arrampicata in alta quota, con un bellissimo sole, su roccia veramente ottima (blocchi solidi e pareti ben fessurate, un piacere e basta), ricordo le 12 lunghezze, mai avevo arrampicato una via così lunga interamente da primo di cordata, ricordo la mezz'ora abbondante ad aspettare in cima l'altra cordata, staccata di almeno due lunghezze.
Il resto spero lo diano le poche foto che ho a disposizione.
Creta d'Aip (2279m) - Pilastro Sud-Est
Una discreta giornata di Ottobre, anzi per tutta l'ascesa più bella che semplicemente discreta, poi meno soleggiata e più bagnata (eravamo però già sul sentiero sulla via del ritorno), decido con Paolo di andare sulle Carniche ad arrampicare. Paolo è un cugino di mia madre, ma alpinisticamente per me è lo "zio Paolo", non più giovanissimo ma in forma assolutamente invidiabile per i miei coetanei.
Giovedì ci sentiamo telefonicamente, ho guardato un pò i miei libri e gli snocciolo le mie proposte: sia chiaro vie facili, corte e possibilmente ben protette, oltre che esposte a Sud visto il periodo. Prendo il mio fidato libro "Friuli Orientale" della collana "Quarto Grado", fatto molto bene e subito mi salta all'occhio questa via. Sono 5 tiri con un solo passaggio un pò impegnativo per altro sul primissimo tiro: max 4+, poi diventa veramente facile, 170m di sviluppo...è fatta!
Paolo mugugna un pochino per il passaggio chiave (in realtà non capisco il perchè: da secondo a Doberdò del Lago l'ho visto chiudere senza battere ciglio "Bianca" e "Bianchetta", ma le mie argomentazioni lo convincono, vado su io, il passaggio è ben protetto, è proprio all'inizio quindi non a metà parete e se non ce la facciamo torniamo indietro! Bene, è deciso si parte.
Alle 6.30 di mattina Paolo arriva a casa mia e partiamo, decidiamo di fare l'autostrada fino a Pontebba e da là salire al Passo di Lanza, dove quest'anno è passato anche il Giro d'Italia.
Ci sono molte nuvole basse e man mano che si sale la nuvolosità aumenta, il bollettino aveva detto che oggi ci sarebbe stata inversione termica, c'era solo da chiedersi a quale quota! Passati i 1400, prima ancora di arrivare al passo, in un baleno le nuvole si sono diradate e ci è apparso quello che speravamo: un bel cielo azzurro! Parcheggiamo e scendiamo dalla macchina, prima sensazione: però non fa freddo, c'era una bellissima temperatura, io avevo sù il mio pile e quasi senza essermi mosso, sentivo il bisogno di togliermelo e rimanere in maglietta.
Diamo un saluto al Cason di Lanza, dove prudentemente avvisiamo dove siamo diretti, io bevo anche un succo di mirtillo, quindi partiamo per l'avvicinamento: una bella passeggiata in un ambiente alpino molto rilassante, con i tipici colori dell'autunno. Seguiamo il sentiero 439 e arriviamo alla traccia alla base delle rocce, ora dovremo traversare per arrivare alla sella di confine.
Passiamo davanti alla "via comune sud" e alla "ferrata crete rosse", quest'ultima (per altro già fatta qualche anno prima) sarà la nostra via di rientro. Arriviamo alla sella erbosa di confine, davanti a noi la valle della Gail (credo), l'Austria..sotto un manto bianco e compatto di nuvole, a Est sbucano le sagome inconfondibili delle Giulie Orietali: la Škrlatica, il Mangart, il Triglav e lo Jalovec, delle Occidentali si vede lo Jof Fuart, il Montasio rimane ancora un pò nascosto.
Attacchiamo la via, dopo i primi 5-6 metri si arriva a questo bel diedro, fessura piuttosto ampio, molto ben protetto e molto poco appigliato, è un 4+ però abbastanza tecnico, da fare in opposizione, la guida consigliava di partire stando sulla fessura e poi spostandosi sulla paretina di destra, io sono rimasto sulla fessura per tutta la lunghezza lavorando bene di gambe. Sosta, recupero lo zio e riparto, secondo e terzo tiro facili, senza nulla da riportare. Si arriva alla fine del penultimo tiro trovando una cassettona rossa con il libro della via, lasciamo il nostro autografo, quindi ultimo tiretto su difficoltà molto basse e sbuchiamo in cresta. Il panorama è fantastico, bucolico, rilassante.
Ci dirigiamo verso la vetta, io esco dal sentiero e cerco i passaggi più impegnativi tra tutti quei blocchi fessurati di calcare, giusto così per divertirmi ancora un pò, cima, foto, un pacchetto di crackers e visto l'avvicinarsi della pioggia, discesa.
Dalla vetta il panorama è indescrivibile: le Giulie al completo, perlomeno e vette più importanti Orientali e OCcidentali, le Carniche (Coglians, Chianevate) tra cui verso Sud il bellissimo gruppo Sernio Grauzaria. Scendiamo verso l'uscita della via e prima di arrivare a questa, pieghiamo a destra sulla traccia per la ferrata crete rosse, la ripercorriamo all'indietro, tendenzialmente senza usare la corda, poi per essere più veloci, visto l'incombere della pioggia, la corda la useremo entrambi, arriviamo alla traccia alla base delle rocce, io volo letteralmente e recuperare lo zaino lasciato all'attacco della via, mio zio si toglie l'imbrago e mi aspetta, ritorno quindi giù veloci.
Poco prima del Cason di Lanza inizia una leggera pioggerellina, ma manca poco.
La gita è finita, alpinisticamente niente di eccezionale, ma solo una bella escursione autunnale su una bella e soprattutto panoramica montagna, in buona compagnia.
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